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Una storia al giorno: trent’anni dopo

Il destino, specie nello sport, è strano, subdolo, perfido e maligno: puoi essere l’uomo più forte del mondo, la squadra più bella e perfetta, ma tanto decide lui.

Il destino, nel 1990, ha riservato all’Italia un cammino da sogno: sette reti segnate e nessuna subita. A completare la perfezione manca solo un pezzo: StradiVialli. Gianluca finora non ha brillato e il palo colpito contro gli USA sa quasi di maledizione.

Il calcio, però, quanto a stranezza non ha eguali: le semifinali di quel mondiale, infatti, non si giocano a Roma o Milano, ma a Torino e Napoli.

Sul nostro cammino, finora perfetto, incombe la squadra più inattesa, quella che all’inaugurale ha perso contro il Camerun e che si è qualificata tra le migliori terze. Dimenticavo: quella squadra che a Firenze ha vinto ai rigori contro la Jugoslavia grazie a due parate di uno che, stando alle gerarchie, avrebbe dovuto scaldare la panchina: Sergio Goycochea.

Venendo al sodo, tra noi e la finale c’è solo l’Argentina di Diego, con un piccolo dettaglio: giochiamo nella sua Napoli.

All’Olimpico l’Italia ha volato, il pubblico ha trascinato per 450 minuti i nostri ragazzi e il tragitto da Marino, sede del ritiro, allo stadio era un lungo susseguirsi di bandiere, cori…a Napoli c’è tifo, calore, ma la gente non può non sorridere a Maradona.

Diego, alla vigilia della sfida, ha parlato forte, dicendo che gli italiani si ricordano dei napoletani solo quando serve, mentre per il resto del tempo ne dimenticano l’esistenza.

Maradona, in un colpo solo, ottiene due cose: spacca il pubblico e toglie all’Italia il dodicesimo uomo perché, a Napoli, Diego è Diego. Sì, forza azzurri, ma anche forza Diego.

Quella partita mi è stata raccontata da amici, perché all’epoca avevo due anni e qualche mese. Ho avuto modo di rivederla durante il lockdown e ho capito il perché di certe sensazioni ancora presenti in tanti italiani.

Sono le venti del 3 luglio 1990: Vautrot, fischietto francese che, suo malgrado, si farà notare, fischia l’inizio.

Italia-Argentina è la partita più importante, dopo la finale del 1982, della storia del nostro calcio. È il nostro mondiale, siamo i favoriti, non possiamo perdere.

Iniziamo benino, perché prendiamo subito il gioco in mano. Dobbiamo e vogliamo fare la partita. Passano 17 minuti e su un tocco di Giannini, Vialli conclude a botta sicura, parata di Goycochea e palla che picchia sulla tibia di Schillaci. Totò in quel mondiale avrebbe segnato anche dal giardino di casa sua a occhi bendati: il suo rapporto con il goal era qualcosa di intimo, morboso, tutto gli riusciva perfettamente. Anche in quel caso tutto gli riesce perfettamente: palla in rete.

Il pubblico a casa e allo stadio esplode in un boato di gioia, manca sempre meno alla finale. Dobbiamo solo gestire partita e emozioni. L’Albiceleste gioca un primo tempo quasi insulso, ma nell’intervallo, Bilardo cambia e mette dentro Troglio.

Gli argentini, duri a morire per natura, iniziano a osare e, a metà del secondo tempo, un traversone di Olarticoechea viene deviato di testa da Caniggia.

In quell’istante, ci sono quattro cose che catturano l’attenzione di tutti: il pallone, Caniggia, Zenga e Ferri. Walter esce, Ferri è in area piccola tra portiere e avversario. Il colpo di testa del biondo argentino finisce nel sacco. 1-1.

Criticatemi, ma sono uno di quelli che, pur ammettendo che l’uscita di Zenga non fosse perfetta, sostiene che Ferri abbia più della metà o, anzi, quasi la totalità delle colpe.

Appena la palla entra in rete il nostro mondiale cambia. E cambia come nessuno avrebbe voluto.

All’epoca, al San Paolo, non c’era il tabellone, ma una striscia luminosa, fatta di puntini gialli. Io credo che quell’ “8 CANIGGIA” lampeggiante sia ancora negli occhi di tutti.

La partita è nervosa, le squadre sentono terribilmente l’importanza della posta in gioco, Vautrot si comporta come un impiegato prossimo alla pensione: gestisce, persino troppo, e la gara si incattivisce.

Si va ai supplementari, dove ci sono più botte che altro. Vautrot la fa grossa: fa durare 23 minuti il primo extra time, non accorgendosi del tempo, espelle Giusti per una gomitata a Baggio e prosegue nella sua gestione da corrida fino al 120′.

Rigori.

Il rigore è il momento più infame della partita: ci sono tiratore, portiere, pallone e due esiti: goal o errore. Non ci sono seconde possibilità, nemmeno ribattute.

Per l’Italia il primo tiro è di Franco Baresi: rete. Poi segnano Serrizuela, Baggio, Burruchaga, De Agostini e Olarticoechea.

Roberto Donadoni va a tirare il quarto rigore: la sua conclusione è l’emblema di come la nostra squadra abbia dato tutto e sia stata colpita dura dal goal di Caniggia. È la dimostrazione definitiva di come le energie, ormai, siano finite. Il suo tiro non è dei migiori e Goycochea, che ai quarti di finale aveva fatto scintille dal dischetto, para.

Per i sudamericani dagli undici metri va Lui. Diego posa la palla sul dischetto e fissa Zenga. Di rigori ne ho visti tanti, ma credo che quello sia la massima espressione del significato del penalty: io, caro portiere, ti sfido. Di noi due ne resterà solo uno: o me o te.

Walter ha subito un solo goal al mondiale, ma nel momento peggiore. Diego, invece, inizia la rincorsa conscio di due cose: dove e come calciare.

Dove: alla destra di Zenga. Come: andando a colpire la palla come se si giocasse a subbuteo, ossia dandole un tocchetto, quasi appoggiandola con l’interno del piede sinistro; il tutto senza smettere di fissare l’avversario. L’uomo ragno va a terra, dalla parte sbagliata, e El Pibe, senza faticare troppo, vince il duello. Rete.

Le ultime speranze sono nei piedi di Aldo Serena, che calcia forte, ma non angolato. Parata del portiere. Gara finita.

In quel frangente quel sogno che comincia da bambino e che ti porta sempre più lontano svanisce per sempre. I nostri azzurri sono inconsolabili, il campo del San Paolo è inondato dalle loro lacrime, mentre l’italia intera piange per i suoi eroi.

Un intero Paese, che fino a quell’ istante cullava il desiderio di vincere in casa propria, piomba nello sconforto. Era il nostro Mondiale, lo disputavamo in Italia, non avevamo ancora preso goal, eravamo i favoriti e…niente.

Sono passati trent’anni da quella notte, abbiamo vinto un mondiale e a uno non ci siamo qualificati. Ancora oggi, però, alla domanda: “Qual è stata la sconfitta più triste della Nazionale”?, la maggioranza dei tifosi risponde: “L’Argentina a Napoli”.

Perché dal 3 luglio 1990 ad oggi quella ferita, così bruciante e dolorosa, è ancora aperta e perché, purtroppo, le notti magiche non torneranno più.