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Una storia al giorno: il ruggito dei Leoni

Sono nato nel 1987, a fine settembre e, come molti bambini della mia età, non posso ricordarmi Italia ’90. Avevo nemmeno tre anni in quell’estate italiana, quando le notti magiche infiammavano la folla e facevano vivere sogni azzurri a un’intera nazione.

Ciao e la Fiat Uno sono le uniche due cose che, da bambino amante della palla tonda, ricordavo, alcuni anni dopo, di quell’estate.

La storia di quel mondiale mi è stata raccontata al bar, da amici con la chioma un pochino più canuta della mia.

La cosa che avevo notato era che ogni volta il racconto si fermava sempre allo stesso punto: a quella maledetta serata di Napoli e all’eterna disputa tra chi incolpava Zenga e chi Ferri.

Curioso quale sono, ho deciso di imbattermi da solo alla scoperta di quel mondiale e, proprio un otto giugno di trent’anni fa, a San Siro, in un soleggiato pomeriggio meneghino, prendeva il via la kermesse.

Ventiquattro squadre e un unico obiettivo: uscire trionfanti dall’Olimpico. I favoriti? Beh, i campioni in carica dell’Argentina, la Germania appena riunificata, reduce da due finali di fila (perse) e l’Italia. Outsiders? Olanda, Inghilterra e Jugoslavia.

Alle ore 18:00 dell’8 giugno 1990, però, al fischio di Vautrot (di cui risentiremo parlare quasi un mese dopo), nessuno avrebbe mai immaginato cosa sarebbe accaduto di lì a due ore.

C’è una cosa che la mente umana non riesce a decifrare, a contestualizzare, a rendere prevedibile: è il colpo di scena. Provate a immaginare di essere, per un istante, l’allenatore della Nazionale campione del mondo in carica e, quattro anni più tardi, di giocare da detentori del titolo la gara inaugurale del mondiale: vi chiamereste Carlos Bilardo e la vostra squadra sarebbe l’Argentina.

Provate a immaginare anche di avere, nella formazione titolare, un ragazzo nato a Lanus che, in quello stadio, viene spesso fischiato non per disprezzo, ma per paura: avreste, col numero 10, Diego Armando Maradona.

OK, Argentina. Contro chi? Contro una squadra che ha vissuto i mondiali passati come una semplice comparsa: il Camerun. La nazionale che ha come giocatore più celebre il portiere N’Kono, cui si ispireranno in molti, tra i quali Gianluigi Buffon, e, davanti, un giocatore un po’ datato, ma con una voglia matta di fare goal: Roger Milla.

In panchina Carlos Bilardo contro Valeri Nepomniachi, ossia un argentino di origini siciliane (Mazzarino) contro un sovietico “piombato” in Africa. Quel sovietico, però, ha in mano la penna per scrivere una pagina di storia non solo calcistica.

L’Argentina è più forte, ma il Camerun, un pochino con le buone e parecchio di più con le meno buone, resiste. Primo tempo: zero a zero. Poi al 61′ Diego lancia Caniggia che viene steso da Kana-Biyik; è fallo da ultimo uomo, Vautrot può solo estrarre il rosso.

In dieci contro undici sembra facile, ma circa cinque minuti più tardi Omam-Biyik, che qualche anno dopo vedremo alla Sampdoria, salta altissimo e colpisce di testa un pallone proveniente dalla sinistra. Ne esce fuori un colpo di testa innocuo, un parabolone verso il basso, lento e brutto ai limiti dell’inguardabile ma…colpo di scena!

In porta per l’Argentina c’è Nery Pumpido, non un fuoriclasse, ma un estremo difensore affidabile, anche dopo aver subito l’amputazione di un dito. Questa volta, però, Nery la combina grossa: va a terra per parare l’incornata di Omam-Biyik, ma la palla lo colpisce e va dentro. Uno a zero.

Il Camerun ci crede. No. Scusate, non il Camerun ci crede, ma l’Africa ci crede.

Brasile-Zaire: con questa sintesi tanti, troppi personaggi apostrofano il calcio del continente nero: l’immagine principe è quella di un ragazzo che, sul 3-0, esce prima del fischio dell’arbitro dalla barriera per calciare via la palla ed evitare il quasi certo poker di Rivelino.

No, ho detto male: quel giocatore dello Zaire non voleva evitare il poker, voleva evitare anche il poker e, soprattutto, voleva poter raccontare di essere riuscito a evitarlo quel poker.

Torniamo a San Siro: il Camerun è avanti di un goal e sotto di un uomo, anzi, all’89’ resta sotto di due uomini, in nove contro undici.

Finisce il recupero e, in uno stadio gremito anche di politici, Vautrot fischia la fine.

L’Argentina perde contro i Leoni Indomabili e l’Africa, rimasta fino ad allora a quel 1974 e poco altro, può esplodere di gioia.

Si toglierà tante soddisfazioni questo Camerun, anzi, tantissime: lo farà fino a che Gary Lineker non deciderà che, per i Leoni d’Africa, sia giunta l’ora di tornare a casa. Accadrà a Napoli, nei quarti di finale, ma solo grazie a due goals su rigore.

Il rientro a Yaoundé lo immagino caldissimo, con una squadra acclamata da una folla oceanica e una nazione fiera dei suoi ragazzi che hanno dato tutto, rischiando di finire tra le 4 grandi del mondo. Scusate, ma lo avrebbero meritato di finirci tra le prime 4.

Il Camerun ce l’ha fatta: ha unito un intero continente, ha fatto vedere i sorci verdi a tutti quelli che ha incrociato.

Per la prima volta nella storia del calcio, non il Camerun, ma l’Africa ha fatto goal, con la sua genuinità, nel cuore di tutti i tifosi.

E Pumpido? Si farà male qualche giorno dopo, lo sostituirà Goycochea. Anche di lui sentiremo parlare, nostro malgrado, ma l’otto giugno 1990 è solo la prima delle tante, tantissime, notti magiche.