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Una storia al giorno: il brutto anatroccolo

E un bel giorno ti accorgi che esisti…che sei parte del mondo anche tu…

Inizio così, con i primi versi della versione italiana della celeberrima canzone di Elton John, cantata da Ivana Spagna nella sua versione nella lingua di Dante.

La storia che vi racconto questa sera è quella di una squadra che nessuno si è mai filato più di tanto, perché non ha mai fatto parte dei salotti bene, né è mai stata nell’Olimpo della palla tonda. Nell’Olimpo, magari, ha una parte del suo meraviglioso territorio, perché, sì, oggi vi racconto la storia della Grecia a EURO 2004.

Gli Europei del 2004 si giocano in Portogallo: è l’occasione d’oro per la formazione lusitana. I portoghesi hanno tutte le carte in regola per vincere in casa: la squadra è di valore assoluto e, in panchina, c’è un giovane, già destinato ad entrare nella storia del calcio. Quel ragazzo si chiama Cristiano Ronaldo e, fatalità, gioca con il numero 17, perché il 7…eh no…il 7 è di Luis Figo.

La gara inaugurale, però, spesso riserva trappole e sorprese: per la squadra di Luis Felipe Scolari, campione mondiale uscente col Brasile, c’è la Grecia, allenata da un guru del catenaccio: il tedesco Otto Rehhagel.

Un gioco basilare quello degli ellenici: primo non prenderle, poi provare a darle. Catenaccio e ripartenza, non troppo talento ma tanta voglia ed entusiasmo. Della Grecia operaia e del suo essere avversaria ostica se ne accorgeranno i padroni di casa, che, a Oporto, il 12 giugno 2004, aprono le danze.

Passano sette minuti dal fischio di Collina e l’interista Karagounis buca Ricardo. Il Dragao assiste attonito al primo colpo subito dalla sua nazionale; il pubblico presente è incredulo, ma non smette di incitare i ragazzi di Scolari. La Grecia, però, capisce di potercela fare e segna ancora. Zero a due. Il goal della bandiera di Ronaldo potrà solo addolcire questo esordio triste e inatteso per la banda di Felipao.

E…le altre? L’Italia gioca male e va fuori, un po’ per colpe sue, un po’ per il biscottone di Danimarca e Svezia, la Francia esce ai quarti, la Germania nel girone.

La Grecia ai quarti fa fuori la Francia e in semifinale trova la Repubblica Ceca: la squadra più concreta contro quella che, senza alcun dubbio, gioca un calcio tra i più belli della rassegna europea.

Se il silenzio è d’oro, il goal di Dellas è d’argento: all’epoca era sufficiente essere in vantaggio alla fine di uno dei due supplementari per vincere la partita e Traianos Dellas, scoperta di Gaucci, buca Cech proprio al minuto 105. Collina, sempre lui, perché nelle vittorie greche spesso c’è lui, fischia la fine e gli ellenici arrivano in finale.

Ci arrivano un po’ per caso, un po’ per bravura, ma ci arrivano.

Il Portogallo, pugile suonato al primo round, si rialza e arriva in finale superando l’Inghilterra ai rigori, con rete decisiva del portiere Ricardo, e l’Olanda in semifinale.

Quindi, si finisce dove si aveva iniziato: Portogallo – Grecia, ma stavolta è la finale e si gioca a Lisbona, al Da Luz.

La Grecia ha un gioco non certo bello a vedersi, ma terribilmente efficace: segna poco e, quando subisce goal, lo fa sempre in gare ininfluenti. Gli unici in grado di sconfiggere l’armata Rehhagel sono stati i russi, ma servirà a poco ai fini della qualificazione. Sarà la sconfitta più dolce e indolore dell’Europeo.

In finale, il copione, è lo stesso: gli ellenici non brillano, ma trovano la via del goal al 57′ con Angelos Charisteas, abile a colpire di testa, sfruttando l’uscita un po’alla carlona di Ricardo, evidentemente ancora convinto di essere rigorista, visto che il goal decisivo dal dischetto contro gli inglesi è suo, su angolo di Basinas.

Il Portogallo vivrà, quel 4 luglio 2004, la sconfitta più dolorosa della sua storia sportiva; nemmeno la maledizione di Bela Guttman aveva fatto versare così tante lacrime. Perdere un europeo, in casa, contro una nazionale con certo tra le favorite è il finale più truce e inatteso che questa storia europea potesse riservare ai lusitani.

La Grecia ha vinto, è campione d’Europa. Otto Rehhagel diventerà un eroe nazionale ad Atene, un immortale.

Sarà un episodio, perché, di lì in avanti, per i biancoazzurri le gioie saranno ben poche.

L’Europeo, quindi, finisce come era iniziato: con una vittoria dei greci contro i portoghesi.

Hanno vinto la lotta per la sopravvivenza, tipica di chi deve ritagliarsi uno spazio tra i grandi, sapendo di non essere forte come loro.

Ci sono riusciti e, se anche resterà un fuoco di paglia, il sapore della vittoria, per chi lo gusta raramente, è inebriante e indimenticabile.