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Una storia al giorno: eravamo in vacanza…

Se c’è una cosa che fa irritare i lavoratori è essere chiamati durante le ferie: il meritato riposo interrotto o, almeno, rovinato, dal trillo di un telefono, da una voce che, almeno per qualche settimana, chiunque vorrebbe dimenticare è il peggiore degli incubi.

Alzi la mano chi non ha mai imprecato per ricevere una telefonata indesiderata durante le vacanze. Sono certo, a meno di conclamata ipocrisia, di vedere tutti fermi.

Si dice che sia l’eccezione a confermare la regola e, in casi come questo, forse è proprio così. Alla fine di maggio del 1992 otto nazionali, tra cui quella della CSI e la Jugoslavia, attendono di giocare i Campionati d’Europa. La CSI, ossia Comunità degli Stati Indipendenti, è il frutto della disgregazione dell’URSS, di quella squadra che eliminò l’Italia alle qualificazioni. La Jugoslavia, invece, non esiste più: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia hanno proclamato l’indipendenza.

Contro la storia non si può andare, quindi FIFA e UEFA non possono fare altro che escludere la squadra della terra degli slavi del sud.

E allora? E allora suona il telefono. A chi? A molti calciatori in vacanza qua e là che, da un giorno all’altro, vengono mandati a giocare EURO 1992.

No, non è uno strano scherzo del destino, è la storia della Danimarca a Svezia 1992. Oggi, a 28 anni di distanza dall’inizio di quel torneo continentale, quella storia ve la racconto.

La Danimarca è stata eliminata, perché giunta seconda nel girone di qualificazione dietro alla Jugoslavia; è perquesto che i giocatori sono tutti in ferie. Tuttavia, da ripescata, si trova a dover giocare contro le altre sette.

Che cosa hanno i danesi da perdere? Nulla. Che cosa hanno i danesi da guadagnare? Tutto.

In più, giocano vicino casa, in Svezia. Tra Copenhagen e Stoccolma i rapporti sono sempre stati più che buoni. La dimostrazione ci sarà, per gli italiani increduli, 12 anni più tardi: quelle due squadre confezioneranno, in una serata portoghese, il biscottone più celebre della storia del calcio.

In quella nazionale, nel 1992, giocano tanti buoni calciatori, tra i quali spiccano il portiere, Peter Schmeichel e la punta Brian Laudrup. Non partono favoriti i danesi, manco dovevano esserci! Quei ragazzi, però, vogliono dire la loro o, almeno, ci vogliono provare.

A quel tempo, agli Europei le partite erano pochissime: dodici nei gironi, semifinali e finalissima. Quindici gare in tutto, con cinque si può diventare campioni.

Nel girone eliminatorio i danesi arrivano secondi dietro ai padroni di casa svedesi, coi quali perdono 1-0, goal di Brolin.

Che squadra quella Svezia! Kennet Andersson, Thomas Brolin e in porta un altro Thomas, mezzo austriaco e mezzo italiano: Ravelli. Ne sentiremo parlare degli svedesi, eccome! Due anni dopo in America lasceranno il segno. I danesi, a quel mondiale, nemmeno ci andranno, saranno eliminati ai gironi di qualificazione. Ma chi se ne importa, loro la storia vogliono farla ora.

In semifinale la Svezia capitola contro la Germania campione del mondo. La Danimarca trova l’Olanda e porta la gara ai rigori. L’errore decisivo per gli arancioni lo commette il Cigno di Utrecht, che condanna la sua nazionale all’eliminazione e apre le porte del sogno agli ospiti inattesi.

La finale contro i tedeschi non può essere definita un sogno: l’onirico è alimentato dalla casualità, ma c’è quasi sempre un filo che collega il sogno alla realtà. Qui, invece, oltre a partire dall’assurdo (una eliminata ripescata e finalista) c’è di più: c’è il grande merito di aver accumulato energie durante dieci miseri giorni, di aver saputo riattaccare la spina e trovare la concentrazione per vestire i panni dell’imbucato nel salotto bene.

John Jensen e Kim Vilfort disegnano, nella notte dell’Ullevi, il quadro più bello di tutta la Danimarca. Se la mettiamo sulla letteratura, nemmeno Hans-Christian Andersen sarebbe stato in grado di scrivere una storia così strana, casuale, unica.

La Danimarca, da estranea, è diventata protagonista. Campione d’Europa e, per sempre, nella leggenda.

Il calcio è anche questo: è quasi sempre spietato ma, ogni tanto, sa regalare momenti magici, che solo chi lo ama può comprendere.

Se fosse una fiaba, Andersen avrebbe usato questo finale: e vinsero tutti felici e contenti.